Dal 17 al 19 settembre ho partecipato al XXVI Congresso Nazionale AIP di Psicologia Clinica e Dinamica. Sono tornata a casa con tante idee, nuovi incontri, stimoli scientifici e un riconoscimento che, ancora adesso, faccio un po’ fatica a realizzare.

Venerdì mattina ho presentato il mio primo poster scientifico e, con grande sorpresa, gratitudine e gioia, ho ricevuto uno dei dieci premi per i migliori poster del convegno. Un momento che desidero raccontare non soltanto per la soddisfazione professionale che mi ha regalato, ma soprattutto per quello che ha significato per me, in questo preciso momento della mia vita.

Quattro giorni di incontri, ricerca e nuove prospettive

Il Convegno AIP è stato, prima di tutto, un’occasione preziosa per incontrare persone che condividono la passione per la ricerca psicologica, conoscere colleghe e colleghi e confrontarmi con prospettive diverse dalla mia.

Ho avuto l’opportunità di ascoltare seminari e contributi molto interessanti sulle future direzioni della ricerca, con particolare attenzione ai temi della dissociazione, dell’intelligenza artificiale, della variabilità della frequenza cardiaca (HRV) e delle risposte fisiologiche. Questi temi aprono interrogativi importanti sul modo in cui studiamo l’esperienza umana, sulla possibilità di integrare approcci e strumenti differenti e sulle prospettive che si stanno delineando per la ricerca psicologica e clinica.

In questi giorni ho ritrovato una delle dimensioni della ricerca che amo di più: la possibilità di lasciarsi incuriosire, di incontrare nuove domande e di scoprire che il proprio lavoro si inserisce in una conversazione scientifica molto più ampia.

Il mio primo poster scientifico

Presentare il mio primo poster è stato un passaggio importante del mio percorso.

Dietro un poster ci sono molto più di un titolo, una serie di risultati e qualche grafico. Ci sono domande che si trasformano in progetti, ore di lavoro, tentativi, revisioni, confronti e decisioni. Ci sono le difficoltà metodologiche, i dubbi interpretativi e la necessità di imparare.

Presentare il proprio lavoro significa anche esporsi: raccontare quello che si è fatto, confrontarsi con le domande degli altri e accettare che ogni ricerca, per quanto accurata, rappresenti sempre un punto di partenza per ulteriori interrogativi. Per questo, poter condividere il mio lavoro in un contesto scientifico così stimolante era già, di per sé, una soddisfazione.

Non avrei immaginato, però, quello che sarebbe successo.

Con grande sorpresa, ho ricevuto uno dei dieci premi per i migliori poster del convegno. La prima sensazione è stata di incredulità. Poi sono arrivate la gioia, la gratitudine e la consapevolezza di quanto questo riconoscimento significasse per me.Un’emozione difficile da spiegare, soprattutto perché arrivata in un momento particolare.

Quando il percorso accademico diventa faticoso

Negli ultimi mesi, la ricerca scientifica e il lavoro accademico mi hanno messa a dura prova.

Ci sono aspetti della ricerca che dall’esterno si vedono poco: le incertezze, le attese, la fatica di confrontarsi con risultati che non sono quelli che ci si aspettava, la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa e la difficoltà di trovare un equilibrio tra le tante dimensioni del proprio percorso professionale. Ci sono momenti in cui il lavoro che si ama diventa anche una fonte di stanchezza. Momenti in cui le domande sembrano moltiplicarsi, le risposte arrivano lentamente e diventa più difficile riconoscere il valore di quello che si sta facendo.

Credo che, in un percorso accademico, sia facile concentrarsi su ciò che manca ancora: il prossimo obiettivo, il prossimo progetto, il prossimo risultato da raggiungere.

E, mentre si guarda avanti, si rischia di dimenticare quanta strada si sia già percorsa.

È in questo spazio che il riconoscimento ricevuto a Palermo ha assunto un significato speciale. Non ha cancellato le difficoltà, né ha improvvisamente reso più semplice tutto quello che verrà. Ma mi ha permesso di fermarmi e guardare al lavoro fatto con uno sguardo diverso. Di sentire che l’impegno investito in questo percorso aveva trovato uno spazio di condivisione e di riconoscimento.

E, soprattutto, di ritrovare un po’ di quell’entusiasmo che a volte, nella quotidianità, rischia di perdersi.

Ricordarsi perché si è iniziato

Ho scelto di condividere questo momento perché credo che raccontare un percorso professionale significhi anche riconoscere le sue parti meno lineari.

Siamo spesso abituati a raccontare i risultati quando sono raggiunti, i traguardi quando sono conquistati, le esperienze quando possono essere presentate come qualcosa di compiuto. Molto meno spazio viene dato a quello che accade nel mezzo: ai dubbi, alla fatica, alle fasi in cui non sappiamo bene dove stiamo andando, ma continuiamo comunque a lavorare, a imparare e a cercare.

Per me, questo premio non rappresenta un punto di arrivo. È piuttosto una tappa che desidero portare con me, un ricordo a cui tornare nei momenti in cui il percorso sembrerà nuovamente difficile. Un’occasione per ricordarmi che la ricerca non è fatta soltanto di risultati, ma anche di curiosità, relazioni, domande e possibilità di crescita.

E che, a volte, è importante concedersi il tempo di riconoscere ciò che si è costruito, senza aspettare di aver raggiunto il traguardo successivo.

Tornare a casa con gratitudine

Da Palermo porto con me molto più di un premio.

Porto le conversazioni, gli incontri, le idee che continueranno a lavorare dentro di me anche nei prossimi mesi. Porto la curiosità per le nuove prospettive di ricerca e la voglia di continuare a imparare.

Porto la gratitudine per le persone che hanno contribuito al lavoro presentato, per chi mi ha accompagnata nel mio percorso e per le colleghe e i colleghi incontrati durante il convegno.

E porto soprattutto la gioia di aver vissuto un momento che, proprio perché inaspettato, è arrivato in modo ancora più significativo.

Non so esattamente dove mi porterà questo percorso. So che ci saranno ancora momenti complessi, domande aperte e nuove sfide da affrontare.

Ma oggi torno a casa con una consapevolezza in più: anche nei momenti in cui facciamo fatica a riconoscere il senso di quello che stiamo facendo, può accadere qualcosa che ci aiuta a ritrovarlo.

E per questo, Palermo, grazie.